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Alessandro Gassman - Intervista

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Attore istrionico, Alessandro Gassman ha ereditato da papà Vittorio la capacità di vestire ruoli comici e drammatici senza mai perdere credibilità.
 Sul grande schermo ha di recente interpretato il ruolo tragicomico del tronista che vive il piccolo, enorme dramma di un lento ed inesorabile oblio. A teatro - la sua principale attività da quando è diventato direttore del Teatro Stabile del Veneto - è un padre nevrotico e repressivo, alle prese con un figlio adolescente problematico e confuso. Mille volti per un unico e poliedrico artista, Alessandro Gassman, figlio del grande ‘mattatore’ Vittorio, che dal padre ha ereditato la capacità di passare con disinvoltura da un ruolo all’altro, sfuggendo ad ogni classificazione. L’insegnamento più grande che ha ricevuto da papà Vittorio è stato il rispetto delle regole: “un valore inusuale nella realtà in cui viviamo”. A lui ha dedicato il documentario Vittorio racconta Gassman, presentato in apertura della Mostra del Cinema di Venezia.
Che rapporto aveva con suo padre?
Il nostro rapporto si è sviluppato anche attraverso il lavoro. Con lui ho debuttato come macchinista nel Macbeth, ‘Ulisse e la Balena Bianca’ è stato l’ultimo lavoro che ho fatto insieme a lui a teatro. Vittorio era un rompiscatole, nella vita privata e anche in quella professionale. Ma la sua dote migliore era quella di sapere affrontare anche le cose serie con ironia, senza prendersi troppo sul serio.
Cosa le piace ricordare di lui, sul set?
Non era un attore o un regista che amava insegnare, ma amava cogliere nei suoi collaboratori il meglio di quello che sapevano dare. Il documentario che abbiamo presentato a Venezia è un omaggio che i suoi compagni di ventura gli hanno voluto fare e da qui si vede il fascino che esercitava sugli attori, sui registi e sulle persone che lavoravano con lui. Quello che non tollerava erano il pressapochismo e la sciatteria. Era un iper perfezionista, mio padre, e queste regole le applicava anche nella vita.
Suo padre ha vissuto l’epoca d’oro del cinema italiano. lei cosa ne pensa della situazione attuale?
La sua generazione ha lasciato un’impronta profonda nel cinema. C’è da dire però che allora il cinema in Italia era un’industria, venivano prodotti 350 film all’anno, e molti di questi venivano pure esportati all’estero. Noi oggi abbiamo un cinema che sta rialzando la testa, mi vengono subito in mente film come Gomorra e Il Divo, solo per citare alcuni titoli. C’è una qualità attoriale con diverse possibilità di riuscita, ma non c’è forza e capacità da parte di chi produce. Sembra quasi che il cinema sia diventato un fardello...
Si dice che, come attore, lei abbia preso dal grande Vittorio in quanto a versatilità...
Poesia e parola erano la grande passione di mio padre. A teatro ha interpretato oltre 200 ruoli, è stato attore drammatico, e anche regista e capocomico. Poi, con l’incontro con Monicelli, nasce il Gassman della commedia, una forma cinematografica prettamente italiana. Maltrattata dalla critica all’inizio, considerata di serie B, e oggi citata come straordinaria.
Anche lei ha interpretato film che non sono esattamente considerati ‘colti’...
Sì, è vero, ho fatto i cine-panettoni... (ride) C’è una bella differenza però! E mi auguro che questo genere non venga mai rivalutato!
Progetti imminenti?
Sto lavorando all’adattamento cinematografico di Roman e il suo cucciolo. Sarà il mio primo film da regista, le riprese inizieranno nel 2012, fra gennaio e febbraio, a Latina. Mi serviva una location che desse l’idea della mancanza di orizzonti, come è il futuro dei protagonisti.
 

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